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back to the roots

dopo indie, alternative, nu-jazz, math-rock, trip-hop, bristol sound, e chi più ne ha più ne metta, ho sentito la necessità di una reimmersione nelle radici della musica, e ho ricominciato ad ascoltare il blues delle origini.

E’ stupefacente il modo in cui i bluesmen incarnano la musica, o meglio la emanano.

Ascoltate Sonny Boy Williamson qui, solo lui e la sua armonica a bocca:

o guardate come Bukka White, solo con una chitarra e un bottleneck, riesce a creare il suono di una band:

o come Big Bill Broonzy ipnotizza una platea:

e, infine, dilettatevi con Mr. Blues, Muddy Waters, nel suo pezzo più famoso:

… non mi era passata, la passione per il blues, ma credo che non mi passerà mai 🙂

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(purtroppo non) Lo incontrai lungo le scale, ma come se

settant’anni portati meravigliosamente 🙂

la musica del caso

che, nello specifico, non è il bellissimo libro di Paul Auster ma la trasposizione sonora, fatta dal progetto LHC Sound, dei dati relativi alle collisioni prodotte all’interno dell’ATLAS Detector situato dentro l’LHC (Large Hadron Collider) per individuare il Bosone di Higgs (detto anche “la particella di Dio”).

Potete trovarne degli esempi qui, cliccando sull’immagine:

i link della settimana (22-28 marzo 2010)

ed ecco, tanto per spammare un poco, la collezione delle cosettine interessanti (a mio insindacabile avviso) ravanate sulla rete questa settimana, e postate un po’ qui un po’ là:

Il Concerto: “épater le bourgeois” con grazia:-)

ho visto di recente “il concerto”, di Radu Mihaileanu, e non mi sono divertito tanto dai tempi dei Blues Brothers 🙂

Per quanto il film, in molti punti, lambisca lo stucchevole (basti pensare alla  caratterizzazione vocale macchiettistica dei personaggi principali, tutti con l’accento russo, in un film AMBIENTATO A San Pietroburgo, anche se potrebbe essere colpa dei doppiatori … per non parlare dell’agnizione nel finale , che non racconterò a beneficio di chi non l’ha ancora visto, per evitare “spoiler”), ha una “tenuta” ottima (le due ore volano in un soffio), e tratteggia con grazia quell’umanità insieme disperata e vitale che già il regista dipingeva in “Train de vie”.

Notevole, poi, il modo in cui vengono tratteggiate le “macerie” del comunismo reale, che mi ha ricordato la messinscena che viene costruita ad uso della madre in “Good Bye Lenin!”.

Due ore che valgono il biglietto, si.

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